Perché continui a sbattere contro quel muro?

Originally posted on costanzamiriano.com

Cari amici, cara Silvana(*) e Annamaria(*), cari Alessio(*) e Rufina(*), oggi vorrei fare qualcosa di insolito, qualcosa, forse, di sconveniente. Vedete, si parla tanto di questi tempi di morale, di filosofia, di giurisprudenza, di ideologie, insomma di massimi sistemi; si fanno tanti giri di parole, ci si confronta ma si cerca sempre di rimanere al di qua di quella linea sottile che separa il generale dal particolare, il sociale dal personale.

Questa volta, invece, io voglio varcare quella linea. Mi sono stancato di teorie e discorsi in astratto; oggi voglio andare al sodo, parlare a voi, domandare a voi, scendere nell’intimo, il vostro, ma anche per capire il mio.Lo so, si usa poco oggi; molti lo considerano non elegante e persino offensivo ma, vedete, io ho capito che c’è un comandamento vero nella mia vita: “ama il prossimo tuo, come io ho amato voi”. Conoscete fin troppo bene chi lo ha pronunciato per la prima volta e forse avete pure idea di cosa significhino queste parole. Beh, io lo vedo così: devo amarvi fino a sporcarmi le mani, devo amarvi fino a far uscire il sangue, il mio e, se serve, anche il vostro. Insomma io sento di dover fare qualcosa di più che tentare di convincervi delle mie idee con la ragione e rimanendo sul piano generale o teorico. In passato mi sono sempre limitato a questo…e non ci siamo spostati di un millimetro dalle nostre posizioni. E allora che fare? Scaviamo, andiamo sotto la superficie, cerchiamo il nocciolo della questione. Non perché voglio ancora convincervi di qualcosa ma solo perché il mio desiderio profondo è il vostro bene, per amarvi come Lui ha amato noi.

Non vi conosco a fondo, siete passati nella mia vita come tante altre persone e probabilmente quello che sto per fare potrebbe sembrare riduttivo e azzardato, ma so per certo che voi avete qualcosa in comune con me e questo mi basta: sia io che voi, nella vita, ad un certo punto, abbiamo incontrato un muro e c’abbiamo sbattuto contro. Capita a tutti, per carità, non siamo più speciali di altri ma il “nostro” muro, concedetemelo, è di quelli tosti che con un’espressione enfatica si direbbe ci abbia portato ad affrontare questioni “di vita o di morte”.

Provo a mettermi nei vostri panni, cercando di immaginare come vi sono andate le cose quando avete incontrato quel muro, come potete aver sofferto. E poi voglio metterlo accanto a quello che è capitato a me. Non è una gara, non ci sarà un vincitore o, se ci sarà, allora lo saremo tutti. Dite che sono pazzo? Può darsi, ma l’alternativa mi sembra solo continuare a fare finta di niente.

Silvana, Annamaria il muro contro il quale avete battuto è una “grande muraglia”. Anche a me è capitato di cozzarci contro ma poi il Cielo mi ha consentito di scavalcarlo. Voi avete desiderato un figlio con tutte voi stesse, sono certo che sentivate dentro di voi l’aspirazione più grande che una mamma possa avere: dare alla luce un bimbo. Ma questo bimbo non arrivava. Sarà stato frustrante all’inverosimile, posso solo immaginarlo. Donare la vita è forse l’unica cosa che abbia senso nella nostra esistenza e sapere che proprio questo ci è precluso non può che essere durissimo da accettare. Poiché i metodi “naturali” non funzionavano, entrambe siete ricorse agli “espedienti tecnici” oggi disponibili; a te Silvana è andata bene, ora ha un figlio. Tu, Annamaria, stai ancora provando con quegli stessi espedienti e non accenni ad arrenderti.

Alessio e Rufina, anche il muro contro cui avete battuto voi non è stato da meno: entrambe, ad un certo punto, avete capito di essere attratti da persone del vostro stesso sesso. Anche in questo caso provo a immaginare la sofferenza che la cosa possa aver portato nella vostra vita: il sentirsi “sbagliati”, all’inizio, i genitori che vi rifiutano quando decidete di raccontargli come stanno le cose o che, dopo anni, ancora fanno finta che voi siete “normali”, i compagni di scuola che vi hanno deriso; poi avete trovato un compagno o una compagna con cui instaurare una relazione stabile e ma andate in giro mano nella mano e la gente vi guarda storto; la tua compagna, Rufina, ha anche un figlio e vivi con molta apprensione il fatto che a scuola possa essere messo da parte dalle maestre e dai suoi amici.

E poi ecco il muro che ho incontrato io: ad appena 2 anni, un giorno mio figlio si ammala di cancro. Un capolavoro di bambino, in una notte, sembra che la leucemia voglia portarselo via. Poi, per 6 anni dopo quel giorno, io e mia moglie abbiamo lottato insieme a lui contro questa bestia, sconvolgendo la nostra vita e quella degli altri due figli che nel frattempo sono arrivati. Quando cominciavamo a sperare sul serio di avercela fatta, lui, Filippo è “nato al cielo” e le sofferenze di quei 6 anni sono sembrate “robbetta” in confronto alle ultime settimane trascorse con lui e a quelle dopo la sua morte.

Ripeto, qui non stiamo facendo una gara: ogni dolore è diverso, ogni sofferenza è diversa, ognuno “porta la sua croce”, ne sono consapevole. Quello che mi interessa è come si affronta quel muro, come lo avete affrontato voi. Ebbene, tutta questa tiritera fin qui solo per dire che io so che voi, contro quel muro continuate a sbatterci, e siete arrabbiati. E in questi giorni lo siete ancora di più perché avete visto tanta gente che è scesa nelle piazze per affermare qualcosa che voi non capite, qualcosa che ha a che fare con le vostre scelte e le vostre vite. Siete arrabbiati con loro perché pensate che non capiscano il vostro dolore, siete arrabbiati perché pensate che loro vi giudichino male per quello che avete fatto o per quello che siete. Siete arrabbiati perché pensate che quelle persone vogliano togliervi qualcosa.

Silvana, Annamaria, mi metto nei vostri panni: capisco perché voi chiedete a gran voce che quelle tecniche per generare bambini che voi avete impiegato siano ampiamente accettate e diffuse, liberalizzate e facilmente accessibili a tutte le coppie che non possono avere figli. Capisco perché voi chiedete che la società non esprima giudizi sull’utilizzo di tali tecniche, che non ne condanni l’impiego. Posso capire che voi siate convinte che se tutto ciò accadesse, potreste essere finalmente felici.

Alessio, Rufina, provo a mettermi anche nei vostri panni: capisco perché chiedete a gran voce che le unioni tra persone dello stesso sesso siano equiparate a quelle tra persone di sesso diverso, forse sapete che voi e i vostri compagni già godete di un buon numero di diritti ma volete comunque che la società vi consideri allo stesso modo di tutte le altre coppie, e posso anche capire che ad un certo punto vogliate pure dei figli. Posso capire che anche voi siate convinti che se tutto ciò accadesse, le vostre sofferenze si placherebbero, l’arrabbiatura svanirebbe.

Però, a questo punto vi chiedo: mettetevi voi nei miei panni. Sono certo che potete capire quanto fossi arrabbiato quando Filippo si è ammalato e quanto lo ero quando se ne è andato al Cielo. Avete conosciuto bene la vostra sofferenza e il vostro dolore, potete forse immaginare i miei. Cosa avrei potuto chiedere al mondo per trovare pace? Se voi fosse stati me, cosa avreste preteso dalla società? Ve lo dico io, perché a me è successo di farlo: quando Filippo era malato ho voluto che il mondo e la società mi restituissero un figlio sano, ho voluto con tutte le mie forze che i medici trovassero la cura certa e definitiva per il cancro di mio figlio. Avrei preteso tutto ciò, ed ero arrabbiato perché invece il mondo sembrava non volesse aiutarmi. E allo stesso modo, dopo che Filippo se ne fu andato, cosa potevo chiedere al mondo affinché mi aiutasse a ritrovare la serenità? Che Filippo tornasse in vita, che io non fossi più considerato come un “padre di figlio morto” ma fossi visto da tutti semplicemente come un padre qualsiasi. Potete bene capire che io mi sarei facilmente convinto che se tutto ciò fosse accaduto, il mio dolore sarebbe stato alleviato.

Comprenderete, spero, che il vostro desiderio di pace e serenità non è diverso dal mio; per conto mio non vedo differenza alcuna. Però vi invito a riflettere su questo: Silvana, Annamaria il chiedere o pretendere il ricorso alle tecniche di PMA di fronte alla infertilità delle vostre coppie non è stato come il chiedere o pretendere che i medici avessero fornito la cura definitiva per il cancro di mio figlio? E’ vero, le tecniche di PMA sono una realtà consolidata, ormai, mentre le cure per il cancro sono ancora lontane dall’essere completamente risolutive. Ma se in passato la scienza medica avesse trovato una cura per la leucemia – cosa che in futuro è probabile accada – che però avesse previsto la soppressione di un altro essere umano, avrei io potuto pretenderla per mio figlio?

Analogamente, Alessio e Rufina, chiedere o pretendere che le vostre coppie omosessuali siano equiparate in tutto e per tutto a quelle eterosessuali non è come chiedere o pretendere che io venga considerato come un padre qualsiasi, come se Filippo non fosse mai esistito?

In tutti questi casi, il nostro muro è sempre stato là. Abbiamo cercato di aggirarlo, di scavalcarlo, talvolta abbiamo fatto finta che non esiste proprio. Ma il nostro muro, è sempre rimasto là. Indistruttibile.

A cosa serve allora, continuare a sbatterci contro? Perché invece non ci domandiamo: non sarà forse che da quel muro si può imparare qualcosa? Non sarà forse che quel muro non è lì per farci soffrire ma per dirci qualcosa? Non sarà forse che quel muro non vuole sbarrarci la strada ma vuole indicarcene una diversa? Perché non ci lasciamo plasmare dal confronto con quel muro? Chissà, forse è proprio da tale confronto che potrà nascere quella pace che tanto desideriamo.

 

(*) Il nome è di fantasia

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